La Romagna in tavola, ma in mosaico

Fate un giro in Romagna, la terra del mattarello, del cappelletto, della pasta ripiena. Fate un salto a Ravenna, la capitale del mosaico.Schermata 2018-07-13 alle 10.25.32 Unite gli ingredienti e otterrete un ricettario in tre dimensioni, che non si sfoglia ma si percorre a tappe e si osserva. Silvia Naddeo lo ha chiamato “Ricetta n.7: Cappelletti all’uso di Romagna”. La mosaicista romana classe 1984, laureata all’Accademia di Belle Arti del capoluogo bizantino e specializzata in mosaico, ha vestito i panni dell’azdora. Uova, farina, parmigiano, ricotta, noce moscata, sono gli ingredienti base ricreati a mosaico e accostati agli utensili, mattarello, grattugia e rotella per tagliare la sfoglia.

naddeo
Ogni passaggio della ricetta è ricreato attraverso piccole sculture in scala 1:1 fatte di tessere di pasta vitrea, esposte lo scorso inverno alla Niart Gallery di Ravenna, a cura di Felice nittolo. E’ l’espressione che rimane pressoché identica, pur cambiando radicalmente contenuto. E’ la trasformazione di una materia di certo indigesta, che affonda le radici nell’antica tradizione bizantina, che diventa strumento per riprodurre in chiave contemporanea un prodotto della storia culinaria ricollocabile nelle precise latitudini ravennati.

MyPanino-2013Ma è proprio il filo conduttore del cibo e delle radici a caratterizzare la produzione artistica di Naddeo. Con “Romagna Pride” non ci si sposta di un chilometro per trovare l’orgoglio della Romagna, una piadina squacquerone e rucola fatta di centinaia di tessere di marmi e smalti, esposta tra le collezioni permanenti del Museo d’Arte della Città di Ravenna. Oppure, sempre in tema di street food, si vola dall’altra parte dell’oceano, dove sono strati e strati di farciture di tessere a comporre un hamburger in perfetto stile USA, ribattezzato “My panino”.

Ma_se_sei_vegetariano_al_giapponese_cosa_mangi-2012La dimostrazione che la ricerca musiva dell’artista non ha paraocchi è nella scelta dei materiali. Il mosaico tradizionale viene accostato ad altri “frammenti”, ad altre forme. Ecco allora che “Storia di una zucchina” unisce smalti, stampa ad inchiostro su carta, legno e acciaio, per servire l’ortaggio fatto a fette su un classico tagliere da cucina. L’ironia dell’operazione non risparmia neppure il titolo di certe opere. Così in “Ma se sei vegetariano al giapponese cosa mangi?”, l’eleganza essenziale e la leggerezza delle pietanze nipponiche si concretizza in un hosomaki di marmo. Eccolo il mosaico d’arte, sdoganato all’altro capo del mondo.

Storia_di_una_zucchina-2011

 

 

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