Bomboloni da appendere. L’inganno delle ceramiche di Ermes Ricci

Il rischio di dargli un morso è alto. E il pericolo di perdere un dente nel farlo, pure. Cadere nel tranello delle ceramiche di Ermes Ricci è facile. Perché la materia con cui lui crea i suoi bellissimi piatti, a un certo punto sembra trasformarsi in altro, perdendo la solidità per ammorbidirsi, farsi croccante, golosa, cremosa, invitante.
Bomboloni, cannoli siciliani, pasticcini, budini, babbà. Poi i primi piatti, i garganelli e, naturalmente, i tortellini. Tutte le portate di Ermes Ricci diventano opere di pietanze appendibili che sfidano la forza di gravità e ingannano l’occhio.

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La tecnica usata è quella della ceramica raku, che comporta un particolare tipo di cottura che rimanda al mondo giapponese e all’antica cerimonia del tè. E che, come del resto tutta la ceramica, prende in prestito il lessico culinario: shock termici, cottura, forno, preparazione. L’oggetto incandescente viene estratto dal forno e si salva dalla rottura grazie a un’argilla robusta, ricca di granelli di sabbia; poi viene ricotta una seconda volta a 950-1000 gradi. Infine viene decorata.

Ricci si è avvicinato a questa tecnica dopo anni di lavoro come fotografo, professione che lo ha portato a viaggiare in tutto il mondo, dedicandosi anche al reportage etnografico. E’ stato proprio in uno di questi viaggi, durante la permanenza in India, che si è appassionato alla tecnica di cottura. La città natale di Ricci, Imola, vicina a una delle patrie storiche della ceramica come Faenza, ha poi offerto la chiave strategica per approfondire la tecnica. Gli insegnamenti del maestro e amico d’infanzia Emidio Galassi nel suo atelier “Arte Aperto” della città manfreda, hanno poi spianato la strada a un nuovo percorso di ricerca artistica che lo ha portato all’infanzia, a quando lavorava in un forno storico imolese.
Ecco la quadra. Da qui l’idea – o l’imprinting – che ha portato ai deliziosi piatti di oggi, così invitanti da rendere necessaria una modifica alla più classica delle avvertenze: guardare ma non mangiare.

 

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