La rivincita della natura. Al MAXXI 50 anni dell’eco-artist Piero Gilardi

Una mela, tanto grande da “mangiarsi” una persona, è in marcia per le sale della mostra. Al guinzaglio ha un bruco, gigante anche quello, che la segue famelico. Accanto le pannocchie si sparpagliano, e mentre passi ti guardano con cupi volti scheletrici che manco ad Halloween. Altro che ogm. Sono il frutto di una natura mutata, che si ribella incorporando i materiali prodotti da quella stessa tecnologia che con Piero Gilardi svela nuove frontiere e possibilità estetiche.
Qualcuno direbbe natura artificiale. Forse calza meglio “artificialità naturale”.
Di certo passeggiare al MAXXI di Roma, tra le opere di Piero Gilardi, è come fare un salto indietro nel tempo e ripercorrere la storia italiana (e non solo) dagli anni ‘60. Il boom economico, l’industria, la tecnologia, i media di massa e le proteste, attorniati dai materiali perenni, indeperibili figli della produzione seriale nell’era del consumismo.

In tutto ciò, il cibo c’entra eccome. E’ quasi una dominante tra le opere scelte dai curatori Hou Hanru, Bartolomeo Pietromarchi e Marco Scotini per “Nature forever. Piero Gilardi”, allestita fino al 15 ottobre nella Galleria Tre del tetraedrico museo progettato nella periferia romana da Zaha Hadid. Frutti e ortaggi popolano i “tappeti natura”, realizzati in poliuretano espanso e plastiche viniliche, sagomati, colorati, disposti e animati da un realismo impeccabile, perfetto anche nelle imperfezioni.

E’ il paradosso che deriva dall’Igloo, la prima fra le opere ambientali di Gilardi che manifestano quest’antitesi tutta novecentesca.
Il materiale fra i più artificiali, industriali, inerti, subisce un processo di trasformazione che lo nobilita; diventa natura, non solo per il soggetto che rappresenta, ma alla luce di come interagisce con chi lo guarda, lo tocca, lo calpesta. Le forme in gomma piuma si fanno habitat calpestabili e ambienti abitabili. Così dovevano essere prima che il mercato dell’arte imponesse le comprensibili tutele sulle opere: nati per essere usati, vissuti, fino a un nuovo, inevitabile, deperimento.

Poi vengono gli abiti sintetici, costumi “fruttiformi” da indossare come all’alba dei tempi, per rivendicare la sacralità della natura. Sono parte delle animazioni politiche, testimonianze di un Gilardi in prima linea durante manifestazioni che lo portano a sospendere tra il ‘67 e il ‘69 la produzione dei tappeti-natura. Le suggestioni del New Dada, della Pop Art, del Nouveau Réalisme, confluiscono anche in opere site specific, installazioni e performance sempre meno rivolte al mondo dell’arte e più riferite all’attivismo, come quelle prodotte per le più recenti proteste in val di Susa. Per “indossare un Gilardi” si deve essere manifestanti più che performer, ecowarrior attenti alla sostenibilità ambientale più che collezionisti. L’uno non esclude l’altro, evidentemente.

Dalla “rivolta” degli abiti-natura, attraversando una vigna, la vegetazione ingloba la tecnologia. L’uva sembra pronta da raccogliere, mentre penzola dall’installazione multimediale “Inverosimile”, realizzata nel 1989 e ricostruita ad hoc al MAXXI dopo aver girato il mondo. I vitigni danzano meccanicamente in un campo in cui le ore di buio e luce coincidono con l’inizio dei conflitti che hanno segnato la storia dell’uomo e la futura (o presente) distruzione. C’è però speranza. E arriva proprio con un’esame di coscienza collettivo, che si risolve in una danza corale che coinvolge alberi da frutto e visitatori, in una ritrovata armonia tra uomo e natura. E’ l’Eden coltivato da Gilardi in oltre 50 anni di attività. Un pioniere dell’arte ecologista, simbolo per una generazione di nuovi artisti, ultimi custodi di un mondo forse destinato al collasso.

di Federico Spadoni

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