Food photographer per caso. To the Roots e la foto che ha colpito i critici

C’è chi lo fa per professione, chi ambisce a diventarlo e chi invece ci si ritrova un po’ per caso. Chiamatela pure food photographer, ma difficilmente si volterà.

Lei è Anna Maria Fabbri, ravennate, nuova protagonista delle interviste che noi di Olio su Tela abbiamo deciso di dedicare agli artisti selezionati dalla prima edizione di Foodgraphia, la mostra che si è conclusa a gennaio a Milano dedicata alla fotografia e al cibo. Ne avevamo parlato raccontando la storia di due giovani artisti, Daniele e Carmen, e intervistando l’organizzatore della kermesse.

Ora, cogliamo l’occasione al balzo per scriverne dalla prospettiva di un personaggio borderline. Perché Anna Maria, dicevamo, non fa la fotografa. Di giorno veste i panni di impiegata in un’importante azienda portuale ravennate, nei ritagli di tempo diventa barista, e il fine settimana si trasforma in blogger. La sua pagina si chiama To the Rootspiù che un blog, un vero e proprio progetto di mapping gastronomico d’Italia. E’ con una delle immagini scattate durante una delle sue fughe per la Penisola che è entrata ufficialmente nella rosa di artisti di Foodgraphia.

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Anna, diciamo la verità. Sbaglio o sei l’unica artista “non artista” di Foodgraphia? Eppure sei finita tra i nomi selezionati a Milano. Com’è successo?
«Oltre a non essere un’artista non sono una fotografa neppure da lontano. Anzi vado in crisi quando la mia reflex non mette a fuoco in automatico, quindi ti lascio immaginare. Ho provato a partecipare “tanto per” e ho mandato la mia candidatura l’ultimo giorno utile, presentando il mio progetto To the Roots e qualche foto. Ricordo ancora che il giorno dopo mi ha telefonato Angelo Cucchetto e ha esordito con un “Anna Maria, ma tu proprio l’ultimo giorno ti dovevi ridurre a mandarmi tutto questo materiale?!”. Credo di essere comunque stata scelta più per il progetto che per la foto in se, ma infondo io l’avevo fatto proprio per dare visibilità al mio blog… che alla fine mi sono pure dimenticata di menzionare».

Parliamone qui allora. Come nasce quest’idea di mappare l’Italia partendo dal cibo?
«Nasce un po’ per sfida e un po’ per curiosità. La sfida è quella che da sempre ho con il cibo, non siamo mai stati grandi amici soprattutto quando si trattava di dover condividere il momento del pasto con altre persone. La curiosità è quella di scoprire dove sono nati i vari piatti tipici, le loro storie, le loro leggende, dato che ormai siamo abituati a mangiare di tutto ovunque».

E’ più un blog di viaggi culinari che di cucina: si vedono luoghi, piatti e tutto ruota attorno al tuo volto sorridente. Che cosa provi quando parti, quando mangi, quando conosci nuove persone?
«To The Roots lo vedo più come un viaggio, dove il cibo è il pretesto, come poi spesso succede nella vita di tutti i giorni. Il cibo infatti viene usato per conoscersi, vedersi, parlarsi… io lo uso per viaggiare. Questo progetto è un vero e proprio amore, è un’emozione che fatico a spiegare. Non è un caso se molti la capiscono solo dopo aver condiviso una tappa del viaggio con me. Parto emozionata e torno a casa ancora più carica. E’ la felicità».

Girando se ne vedono di cose strane… la più bizzarra che ti è capitata?
«Più che vederne, ne faccio. Per chi mi conosce lo sa, sono un disastro. Ti posso raccontare l’ultima. Un’amica mi porta a Genova per conoscere dei suoi amici. Siamo per strada quando uno di loro ci chiama da lontano. Lo raggiungiamo davanti a un locale. Lui sta fumando con altri due ragazzi. Mentre la mia amica lo saluta abbracciandolo, io ottimizzo i tempi, bacio e abbraccio gli atri due. L’amico della mia amica mi guarda e mi fa, “Io loro mica li conosco”».

Come ti piacerebbe che fosse il tuo progetto fra 10 anni? 
«Guarda, non ho la presunzione che To The Roots possa diventare qualcosa di “grande” anche se per me già lo è. Vivo con l’idea di creare un libro che alla fine sarà per me un bellissimo ricordo come può esserlo un album di fotografie di una vacanza di una qualsiasi persona».

Una vacanza che ormai è seguita da tante persone. E a Milano sei diventata a tutti gli effetti foodphotographer. Che ruolo ha la fotografia nei tuoi viaggi?
«E’ fondamentale. Non fotografo solo cibo, ma è proprio tramite il cibo che vorrei far passare l’emozione di un sentimento, come poi è successo nella foto che è stata selezionata per la mostra. Molti hanno usato il cibo come vero protagonista per vere e proprie opere d’arte… io invece l’ho lasciato immaginare nella foto, come ho lasciato all’immaginazione una qualsiasi scena possibile in quel tavolo che ha come sfondo una scritta, non a caso, “AMA”».
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Mica semplice fare foto interessanti ai piatti. Filtro o non filtro? Dall’alto o dal basso? Qual è la tua regola? Ci sono foodphotographer o blogger che ti hanno fatto da “maestri”?

«L’interessante dei piatti spesso sta proprio nel trattarli con semplicità. Per questo evito i filtri, cosa che usavo all’inizio. Mi piace è far capire che le foto sono mie, quindi sì al dettaglio, tipo la mia mano, il mio sorriso o ancora meglio catturare il momento in cui si sta mangiando».

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Ma alla fine mangi anche o fotografi e basta?
«Tutto quello che fotografo lo mangio. Tutto quello di cui parlo lo mangio. Insomma mangio tutto».

Poi ci sono i costanti selfie… non è un progetto per gli introversi il tuo. Fai un conto e chiudiamo: quanti te ne sarai scattati?
«Quanti non te lo saprei neppure dire so solo dirti che son tanti. Il selfie di gruppo è d’obbligo anche perché mi immagino la copertina interna del libro fatta da un mega collage di selfie fatti con tutta Italia».


di Federico Spadoni

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