La cipolla di Marina Abramovic, un invito a piangere di più

 

Non si gioca col cibo. Quante volte ve l’hanno ripetuto da piccoli? Eppure in quei comportamenti infantili che contemplano la manipolazione e la “tortura” delle pietanze c’è qualcosa che rimanda a un rapporto antico, archetipico, che lega la mente al corpo attraverso la materia. E che – pensateci bene – viene puntualmente represso in funzione di codici culturali che fanno del toccare il cibo una questione di bon ton. Allora tocca all’arte sdoganare tabù e ossessioni profonde.

L’espressione del volto di Marina Abramovic mentre addenta una cipolla cruda nella performance “The Onion” rimanda anche a questo rapporto. Siamo nel ‘95. L’artista di Belgrado compie 48 anni ed è osannata nell’ambito della body art; tra flagellazioni e ferite autoinferte, queste operazioni artistiche choccanti per violenza e intensità l’hanno ormai incoronata regina delle arti performative (titolo che arriverà a tutti gli effetti due anni più tardi con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia). Questo è uno dei casi: nel video compare il suo volto in primo piano, mentre con la mano destra brandisce una cipolla nemmeno sbucciata; l’addenta, prima lentamente, come assaporandone il succo. Poi gli occhi si fanno lucidi, si avverte il bruciore mentre i morsi si affrettano a strappare gli strati dell’ortaggio. La bocca si riempie, finché i conati lasciano a malapena il tempo al respiro.

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Curioso pensare come il rapporto tra l’Abramovic e la cucina sia sempre stato distante, fin dall’infanzia, caratterizzata dalla figura della nonna, centrale nella vita nomade dell’artista. “Non ho mai più cucinato in vita mia”, ha più volte dichiarato presentando “The Kitchen: homage to Saint Therese de Avila”. In The Onion la performance affida un carico simbolico all’ortaggio e alla sua composizione, nonché alla reazione a catena che innesca nel corpo. E’ un crescendo di intensità, in un climax che porta alla definitiva catarsi che passa dalle sofferenze e dai dolori della vita.

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The Kitchen, messa in scena nel 2009 in Spagna nelle stanze di un ex convento (fonte La Repubblica)

E’ una sfida guardare il video fino alla fine senza provare un senso di disgusto, presi dal tentativo di resistere alla nausea assieme all’artista. Per certi versi è una prova di come le performance si siano affidate ai supporti video senza più resistenze, superando quella titubanza che vedeva nella registrazione e nella riproduzione video-digitale la perdita della natura labile e accattivante dell’evento visto e vissuto dal vivo.

Non è un caso che Nezaket Ekici abbia scelto come tratto caratteristico delle sue performance il cibo. L’artista di origini turche e tedesca di adozione è stata allieva dell’Abramovic, ereditando oltre alla cifra espressiva anche il desiderio di comunicare caricando di simboli gli alimenti e la loro trasformazione attraverso il corpo.
“Imagine”, la vede esercitarsi per lunghi minuti di flamenco sotto una sorta di Eden fatto mele appese, che l’artista coglie, spappola, morde. In “Crema” un’elegante Ekici si cimenta nella manipolazione di un liquido, mescolandolo freneticamente con un sol braccio fino a trasformarlo in un impasto al termine di una lunga fatica quasi passionale. Oppure la più recente “Gaia/Mother Earth” (2016), dove l’artista sprofonda in un cumulo di terra mentre aspira attraverso un tubo un liquido sanguigno contenuto in una scritta tubolare.
Il cibo diventa in tutti questi casi un tramite per tramutare l’uso performativo del corpo in opera d’arte. Un gioco contemporaneo, tra autoironia, masochismo e ricerca esistenziale, senza dubbio coinvolgente e a tratti commuovente. Con o senza cipolla.

di Federico Spadoni


Fonti
The Kitchen: Homage to Saint Therese de Avila

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