Merda: l’opera e il paradosso della digestione

MèrdRe! MèrdRe! MèrdRe!
Iniziava così l’Ubu Re di Alfred Jarry, calcando l’esclamazione francese con un accento e una R di troppo. Era l’inno del teatro dell’assurdo. E di assurdo qui parliamo, con un paradosso:

anche la merda (perdonate il francesismo) diventa arte, oro, oggetto di aste record.

L’alchimia c’entra ben poco. Qui siamo alla dissacrazione più spudorata, che ha trovato il suo paladino nel ‘900 in Piero Manzoni. La sua “Merda d’artista” è stata venduta il 7 dicembre scorso per 275mila euro dalla casa d’asta Il Ponte di Milano, battendo il record detenuto prima dal colosso londinese Christie’s.

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Piero Manzoni, Merda d’artista, 1961

Ma non è questo il punto. Anche perché difficilmente lo stesso Manzoni – quando all’inizio degli anni ‘60 iniziò la produzione delle sue 100 scatolette firmate, numerate e contenenti secondo etichetta 30 grammi di sterco d’autore – avrebbe immaginato tanto. Anzi, dimostrandosi pessimista, le aveva messe in vendita al peso in grammi dell’oro, di fatto, sottostimandole. Sfoggerebbe forse un sorriso pensando anche a quei poveracci che, sempre su suo invito, mangiarono all’epoca una delle sue “Uova scultura”, vere uova sode autenticate con l’impronta digitale del suo pollice. Ingordi. Se anziché cedere alla fame (e allo sberleffo) se le fossero ficcate in tasca, ora, si ritroverebbero un tesoretto in casa.

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Piero Manzoni, Uovo scultura, 1960
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Piero Manzoni autentica l’Uovo scultura

La Merda d’artista è senz’altro il risultato ultimo del processo ironico legato alla trasformazione del cibo, iniziato dalle uova sode e approdato a divertenti allusioni: da un lato è l’opera d’arte che viene consumata e si annienta nello scarto più nauseabondo. Dall’altro è una delle contraddizioni più paurose dell’arte: vedere la materia più repellente, ribaltarsi, in nome dell’arte, nella cosa più nobile.

E’ curioso volare oltreoceano, negli stessi anni, tra le Zuppe Campbell di Andy Warhol o gli hamburger giganti di Oldenburg. Sempre cibo, ma interpretato in chiave Pop per enfatizzare icone e miti consumistici. Altro che demistificazione dell’arte. Era una presa d’atto di quella che stava diventando la realtà nell’era della riproducibilità tecnica, dove ogni prodotto di consumo, per il solo fatto di essere toccato dalla mano dell’artista, diventa opera secondo l’equazione tutta warholiana arte = business. E’ la pura celebrazione dello spirito della società americana in pieni Sixties, tra cibo in scatola e Coca Cola (la prima lattina è del 1960), dove i prodotti di consumo vengono messi sullo stesso piano delle immagini dei divi e dei miti della società, diventando parte della nuova realtà visiva.

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Andy Warhol autografa la Campbell’s Soup

Che cosa resta dell’inno al consumo smisurato? Tornando al Vecchio Continente, in Germania, la società dei consumi assume invece nelle tavole “usate” di Daniel Spoerri evidenze più tragiche. Ricordate la grande abbuffata di Ferreri? Suicidarsi mangiando fino alla morte chiusi in casa, diventa metafora di un presente arrivato al punto di esplodere. E’ questa la nuova realtà con cui l’uomo (e anche l’artista) fa i conti, e con cui il Nouveau Realisme di Spoerri si confronta.

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Daniel Spoerri, Quadro trappola

Inventò il concetto di “Eat art” nel 1967 con l’intenzione di approfondire i principi fondamentali della nutrizione, e un anno dopo fondò il suo ristorante, il Restaurant Spoerri, dove era possibile acquistare il tavolo apparecchiato sul quale si era appena consumato il pasto. “Quadri trappola”, nei quali stoviglie, posate sporche e avanzi venivano elevati ad opera d’arte celebrando lo scarto, il risultato finale, da lavare, se non buttare nel pattume. E perché no, anche l’immondizia diventa d’autore, come quei cibi masticati, sbriciolati, quasi decomposti, appena rovesciati dal bidone, accanto ai quali Spoerri nel ‘61 mise il cartello “Attention. Oeuvre d’art”.
Ben lontani dall’ironia sfacciata di Manzoni, siamo però sullo stesso piano del paradosso dei paradossi: la negazione dell’arte viene assunta come uno dei raggiungimenti capitali della storia dell’arte, e tra i più quotati.

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Daniel Spoerri, Quadro trappola
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Cibi, rifiuti e avanzi, Daniel Spoerri e la Eatart

“La bellezza sarà commestibile o non sarà”, affermava Dalì. Sembra l’introduzione perfetta per una delle opere più recenti di Sissi e la sua “Imbandita”. E’ l’installazione della serie “Cene” che l’artista bolognese classe 1977 ha presentato a inizio anno durante ArtCity a Bologna: una lunga ed elegantissima tavola apparecchiata, in cui tutto è commestibile, anche la tovaglia, fatta di riso e ricami di lardo. E lo spettatore, invitato a interagire cibandosi di ogni bendidio, diventa parte dell’opera stessa, destinata a consumarsi fino a sparire. Un lavoro erede delle operazioni dissacratorie del secolo scorso, ma figlio di quella contemporaneità in cui l’arte e gli artisti danno prova di aver ormai digerito – e trasformato in nuove forme e significati – i paradossi serviti dai più irriverenti predecessori.

di Federico Spadoni

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Sissi, L’imbandita, allestita a Bologna all’oratorio di San Filippo, 2016
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L’imbandita (dettaglio), da profilo Twitter di Davide Conte
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Sissi, L’imbandita, Bologna 2016

Fonti
Dalì, un creador dissident, Editiones Destino, 2004, Barcellona
Daniel Spoerri, la messa in scena degli oggetti, Parmiggiani S. (a cura di), ed Skira, 2004, Ginevra-Milano
Fondazione Piero Manzoni
Daniel Spoerry
Sissi

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