Cucina futurista, quando il food porn era vergine

Bevete un bicchiere d’acqua e cercate la verginità. Quella gustativa almeno.

Per farlo è necessario tornare indietro di 86 anni. Era il 28 dicembre del 1930 quando Filippo Tommaso Marinetti pubblicò nella Gazzetta del Popolo il “Manifesto della cucina futurista”. Una cucina fatta di colori, odori, esperienze tattili e progettazione compositiva, ancor più che di sapori.

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Marinetti a tavola

Di gustoso – a dire il vero – nei menù di Marinetti, Fillia e degli amici aeropoeti/aeropittori, c’era ben poco. Le loro “formule” e “polibibite” avevano il più alto scopo di “scuotere la materia per risvegliare lo spirito”, più che riempire gli stomaci. Anche per questo il Manifesto venne inizialmente preso con scetticismo da gastrologi e critici dell’epoca, alcuni dei quali prima ancora di gridare allo scempio, lo bollarono come una provocatoria goliardata del padre del Futurismo. L’ennesima di un inno alla totale palingenesi di arti, cultura e politica. Invece divenne una delle sfaccettature più intriganti del movimento, per certi versi anticipatoria. La cucina futurista fu una vera esperienza estetica più che un ricettario in stile Pellegrino Artusi.

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“Proiettili autunnali”. Menù futurista di Fortunato Depero 1929-30

Basta leggere fra i principi contenuti nel capitolo “invito alla chimica”, dove la pastasciutta viene messa al bando, perché “lega coi suoi grovigli gli italiani di oggi ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, in cerca di vento”. Stessa sorte tocca alle unità di misura di volume e peso e alle “tradizionali miscele”, abbandonate per far posto a nuove sperimentazioni “apparentemente assurde”. E i piaceri del palato? Robaccia. La chimica diventa la soluzione per un nutrimento “gratuito e di Stato”, con i suoi grassi sintetici, pillole, polveri e vitamine. Le macchine, invece, forniscono il mezzo per creare “un obbediente proletariato di ferro acciaio alluminio”, che alleggerendo il lavoro umano consente all’operaio di nobilitare la propria esistenza dedicando ore al pensiero e alle arti.
Forchetta e coltello sono ripudiate per riscoprire l’esperienza tattile, mentre si incentiva l’uso dei profumi per introdurre la degustazione, salvo poi soffiarli via dall’ambiente con ventilatori durante il pasto. La musica? Quella futurista, naturalmente, è consentita solo tra una portata e l’altra per non distrarre l’esperienza sensoriale di lingua e palato. Verginità degustativa, si diceva.

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Dal “Piccolo dizionario della cucina futurista”

Nel “Piccolo dizionario della cucina futurista” le formule erano rigorose, accompagnate da illustrazioni e schemi: come il Pollo d’acciaio dell’aeropittore Diulgheroff, ripieno di zabaione rosso e confetti argentati, o la Fragolamammella del poeta-record Farla, che riproponeva due seni femminili con ricotta al Campari e capezzoli di fragola candita. Tra le più famose l’Equatore + Polo Nord dell’aeropittore Enrico Prampolini: “mare equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con pepe sale limone. Nel centro emerge un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole. La cima del cono sarà tempestata di pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista dello zenit”. Per mangiarlo si incentivava la creazione di bocconi che contenessero almeno dieci/venti sapori. Per non parlare poi della dotazione degli strumenti scientifici, come raggi ultravioletti, elettrolizzatori, polverizzatori, centrifughe, per evitare i classici fornelli e tecniche di cottura ripudiate come la pentola a pressione.

 

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Jules Maincave, chef futurista

Facile immaginarselo, le folli sperimentazioni Futuriste – inaugurate alla Taverna Santopalato di Torino l’8 marzo 1931 – furono accompagnate nei due anni successivi da polemiche tra sostenitori del rinnovamento e difensori delle tradizioni culinarie del Bel Paese. Per Marinetti, quello era niente: “Signori – tuonò chiudendo il discorso introduttivo -, nell’ambito dell’arte culinaria siamo ancora indietro: vi invito all’anarchia più rivoluzionaria. Questo è nulla. Al di là, oltre ancora, o signori”.

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C’è chi dice, vedendo il ricettario futurista come antesignano della nouvelle cuisine, che l’appello sia stato colto in particolare negli anni ’60 dai cugini francesi. Ma l’eredità globale che ancora oggi osserviamo, è quella che concepisce il piatto come supporto sul quale disporre le pietanze abbinando colori e forme per soddisfare la vista ancor prima del palato. In una parola, l’impiattamento. Che in epoca foodblogger e food porn, rivendica persino un posto tra le arti visive, dimenticando il più delle volte quella verginità sensoriale tanto celebrata nella prima metà del secolo scorso.

di Federico Spadoni

fonti:
La cucina futurista, ovvero l’ottimismo a tavola. di M. Pinottini
La cucina futurista, di F.T.Marinetti, Fillia

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