The Oliva Manifesto: Inno al De Gustibus

Pensate per un attimo al cibo al di là di tutte le immagini più evidenti che può rivestire nella quotidianità. Quindi escludete gusto, odore, sapore, ricette, diete e recensioni, e fate spazio al cibo come “colore, valore, rappresentazione”. Questo è il primo enunciato che ispira “The Oliva Manifesto”, l’Inno al De Gustibus che porta in tavola il cibo dipingendolo di significati profondi, di valori sociali, di riflessioni critiche.

Si tratta di una ricetta fatta a regola d’arte: il cibo si spoglia dei vestiti comuni per essere modellato attraverso i supporti ed i materiali propri dell’arte moderna, contemporanea, della performance, dell’arte in generale. Infatti il cibo non è solo oggetto di gusto sensoriale, ma anche di gusto estetico (“#2 Il cibo non è bello solo perché buono, ma è bello per il fatto stesso di poter essere visto e contemplato artisticamente”). E per gusto estetico si intende bello da vedere, non tanto perché esteticamente gradevole, ma per il fatto stesso di poter essere visto e contemplato oltre la sua forma. È più difficile a dirsi che a farsi, fidatevi.

L’aspetto, i colori, le immagini sono il veicolo con cui l’arte cucina a fuoco lento i nostri pensieri per farli approdare al vero cuore del cibo: le metafore sociali, i significati antropologici, sociali, culturali, economici. “Il cibo, in altre parole, può essere indagato nella sua dimensione simbolica e rituale, nella sua funzione di collante sociale, ma anche come segno di differenziazione, e come strumento per la trasmissione di stati d’animo ed emozioni”1. In questo modo il cibo è un vero e proprio linguaggio, e l’arte diventa un vero e proprio “cibo per la mente” che fa riflettere sulle condizioni sociali odierne, e non solo. (#3 Il cibo è linguaggio, cultura, metafora sociale: diventa un’arte che fa pensare, e l’arte è cibo per la mente).

Un quadro appeso ad un chiodo, una cornice o una statua raccontano la realtà interpretandola; chi guarda l’opera l’assapora a “trecentosessantagradi”, entrando a suo diretto contatto. E ciò non avviene mangiandola: no, no, assolutamente! Semmai toccandola, o con una performance, una interazione, questo sì, ma ‘il mangiare’ è cosa da ristoranti e noi ai ristoranti preferiamo i musei.

Gli ultimi indizi del documento evidenziano un fatto interessante: il cibo non è soltanto oggetto di famose nature morte o espressioni di nomi conosciuti da secoli, ma è anche un piatto appena sfornato negli ultimi tempi grazia alla food photography (#5 L’arte germoglia anche dal basso: può essere frutto di passioni artistiche come la food photography).
La rete è il piedistallo principale con cui i food photographer incorniciano le loro opere e con cui diffondono le loro “dottrine”, i significati della loro arte, allietandoci di immagini nuove e frizzanti.

Questo è il nostro Inno al De Gustibus. Niente a che vedere con l’impiattamento, nessuna salsa aggiunta né spezia piccante, se non un cibo nudo e crudo, “bello da gustare con gli occhi e con la mente”.

 Creato da: Chiara Cocon

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